Se si modera il consumo a 3-4 tazzine di espresso al giorno, il caffè non aumenta il rischio di cardiopatia ischemica o problemi ipertensivi. E anzi, i composti fenolici in esso contenuti potrebbero avere un ruolo preventivo nell’insorgenza delle malattie cardiovascolariRiccione,9 novembre 2006 – Continua la serie delle comunicazioni scientifiche positive sul rapporto consumo di caffè e salute. Dopo la recente comunicazione INRAN (24 ottobre 2006) che fa assurgere il caffè ad alimento “utile” per la prevenzione di alcune patologie, è stata presentata la ricerca
CONSUMO DI CAFFE’ E RISCHIO DI CARDIOPATIA I-SCHEMICA: UNA META-ANALISI, in uscita nel fascicolo di Febbraio 2007 della Rivista
NMCD (Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Disease) ma è già disponibile on line dal dicembre 2006.
La comunicazione ha avuto luogo nell’ambito del XXXIV Congresso Nazionale S.I.N.U. (Società Italiana di Nutrizione Umana) dal titolo LA NUTRIZIONE UMANA OGGI TRA TECNOLOGIA E PREVENZIONE, che ha ospitato una sessione parallela sul tema Caffè e Sistema Cardiovascolare. Moderatori il prof.
Gian Franco Gensini (Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia – Università di Firenze) e il prof.
Amleto D’Amicis (Direttore dell’Unità di Documentazione e Informazione Nutrizionale dell’INRAN) e relatori: il Dott.
Andrea Alberto Conti (coautore della meta-analisi sopra citata); il prof.
Claudio Borghi (con un focus su caffè e ipertensione); la Dott. ssa
Fausta Natella (con un lavoro sui Composti Fenolici del caffè nella prevenzione delle malattie cardiovascolari).
“Il consumo abituale e moderato di caffé – dichiara nel suo intervento
Conti (Ricercatore Universitario in Storia della Medicina e Bioetica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Firenze) come risulta dalla nostra meta-analisi (ovvero la analisi quantitativa incrociata di tutte le ricerche epidemiologiche effettuate a tutt’oggi sull’argomento), non appare legato a un aumento del rischio di cardiopatia ischemica”.
La meta-analisi ha preso in considerazione gli studi effettuati negli ultimi decenni sulla relazione tra consumo abituale di caffè e rischio di cardiopatia ischemica (CHD).
“Studi questi - prosegue
Conti - dai risultati spesso contrastanti. Si è provveduto pertanto ad un esame sistemico di tali studi (13 studi caso controllo e 10 studi di coorte per un tota-le di 9.487 casi di CHD e 27.747 controlli negli studi caso-controllo, oltre a 403.631 partecipanti seguiti per un periodo compreso fra i 3 e i 44 anni di studi di coorte)”.
Ecco quanto risulta, riferendosi sempre ad un consumo di caffè in tazze (ovvero una quan-tità da caffè all’americana): con un consumo minore o uguale a 2 tazze di caffè (pari a cir-ca 3-4 tazzine di espresso bar o 3 tazzine se preparato con la moka) non emerge alcuna associazione significativa fra consumo di caffè e rischio di Cardiopatia Ischemica.
“Ciò fa concludere - sottolinea
Conti - che un consumo di caffè da lieve a moderato (riferendosi al caffè all’italiana può intendersi “moderato” un consumo di 3-4 tazzine di espresso moka al giorno, pari a circa 280-300 mg di caffeina in toto) non è associato ad un aumento significativo del rischio di cardiopatia ischemica (infarto miocardico o coronaropatia).
Laddove si parla di aumento pressorio collegato al consumo di caffè,
Borghi (Direttore della Unità Operativa di Medicina Interna del Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna) evidenzia che la caffeina ingerita attraverso il caffè ha un effetto sulla pressione molto modesto ed accompagnato, talora, allo sviluppo di una condizione di tolleranza.
“Il consumo abituale di caffè non sembra, associato ad un incremento del rischio di comparsa di ipertensione arteriosa – sottolinea
Borghi – ma è difficile, in questo ambito, giudi-care gli effetti del consumo di caffè. Il caffè è, infatti, una miscela di molte altre sostanze tra cui il potassio ed il magnesio che hanno effetti positivi sul sistema cardiovascolare”.
E prosegue: “anche il metodo di preparazione del caffè può influire sugli effetti dello stesso: il caffè espresso influenza la pressione arteriosa meno di quello “bollito” (per intenderci alla Turca). Una possibile influenza sul rialzo pressorio è valutabile anche su altre abitudini voluttuarie (fumo e alcool) che modulano sia le caratteristiche farmacocinetiche della caffeina ma anche e, negativamente, il rischio cardiovascolare globale sia dei soggetti normo-tesi che dei pazienti già ipertesi”.
“Infine – aggiunge
Natella (Ricercatrice presso l’INRAN) - un consumo moderato sembra associato a un rischio cardiovascolare minore rispetto ad un consumo nullo o particolarmente elevato. Numerosi studi sperimentali sul caffè – sottolinea – hanno messo in evidenza l’ingente contenuto in composti fenolici biodisponibili, la cui elevata attività antiossidante è in grado di inibire l’ossidazione delle LDL (Lipoproteine a bassa densità definite Colesterolo cattivo) e l’aggregazione piastrinica (entrambi fattori determinanti nell’insorgenza della cardiopatia ischemica)”.