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COMUNICATO STAMPA
Sabato 18 Novembre si è parlato di “Caffé e patologie digerenti” e di “Caffè e sistema cardiovascolare” Per sfatare falsi miti e leggende e scoprire le virtù di una delle bevande più studiate dalla comunità scientifica.
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Sabato 18 Novembre a partire dalle ore 8,00 si è tenuto presso l’Appia Palace Hotel di Massafra un workshop dedicato ai medici di medicina generale dal titolo “Caffé e patologie digerenti” organizzato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e dall’AIMEF (Associazione Italiana Medici di Famiglia).
Il Caffé è da secoli una delle bevande più diffuse al mondo tuttavia i suoi effetti sulla salute sono ancora oggetto di dibattito. In particolare il caffè è stato associato a sintomi e disturbi del tratto gastrointestinale e, di conseguenza, il suo consumo è stato talvolta sconsigliato a pazienti con disturbi gastrointestinali. A questo proposito, tuttavia, alcuni studi epidemiologici condotti a livello internazionale hanno suggerito che il caffè, oltre a non avere effetti nocivi, può avere effetti favorevoli nella prevenzione di alcune patologie epatiche quali cirrosi e neoplasie epatiche e tumori dell’intestino e forse anche di altre patologie dell’apparato digerente.
I possibili effetti del caffè sull’apparato digerente sono stati discussi, con un’attenzione particolare agli aspetti pratici per una gestione più corretta del malato dal parte del medico, all’interno del convegno che ha visto come relatori Carlo La Vecchia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” che ha condotto diversi studi sul caffè, Amleto D’Amicis dell’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) che ha fornito un overview sul tema “Caffé e salute”, Giovanni Corrao dell’Università degli Studi di Milano che ha parlato nel dettaglio di “Caffè e cirrosi epatica”, Giovanni Di Dio, Responsabile Nazionale del Dipartimento di Gastroenterologia dell’AIMEF di Taranto che ha approfondito il tema del “Caffè e funzione gastrointestinale” e Alessandra Tavani dell’Istituto di Ricerche Farmacologie “Mario Negri” che ha concluso i lavori parlando di “Caffè e rischio di tumori del fegato e del colon retto”.
Il professor Amleto D’Amicis ha illustrato i risultati presentati durante la sessione parallela sul tema Caffè e Sistema Cardiovascolare che si è tenuta all’interno del XXXIV Congresso Nazionale S.I.N.U. (Società Italiana di Nutrizione Umana) da Andrea Alberto Conti (Ricercatore Universitario in Storia della Medicina e Bioetica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Firenze), Claudio Borghi (Direttore della Unità Operativa di Medicina Interna del Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna) e Fausta Natella (Ricercatrice presso l’INRAN).
Sono stati ridiscussi gli studi effettuati negli ultimi decenni e raccolti in una meta-analisi da Alberto Andrea Conti dal titolo CONSUMO DI CAFFE’ E RISCHIO DI CARDIOPATIA ISCHEMICA dove è stato evidenziato come un consumo di caffè da lieve a moderato (riferendosi al caffè all’italiana può intendersi “moderato” un consumo di 3-4 tazzine di espresso moka al giorno, pari a circa 280-300 mg di caffeina in toto) non è associato ad un aumento significativo del rischio di cardiopatia ischemica (infarto miocardico o coronaropatia). Ecco quanto risulta, riferendosi sempre ad un consumo di caffè in tazze (ovvero una quantità da caffè all’americana): con un consumo minore o uguale a 2 tazze di caffè (pari a circa 3-4 tazzine di espresso bar o 3 tazzine se preparato con la moka).
Laddove si parla di aumento pressorio, Claudio Borghi aveva evidenziato che la caffeina ingerita attraverso il caffè ha un effetto sulla pressione molto modesto ed accompagnato, talora, allo sviluppo di una condizione di tolleranza; inoltre il consumo abituale di caffè non sembra associato ad un incremento del rischio di comparsa di ipertensione arteriosa anche se è difficile, in questo ambito, giudicare gli effetti del consumo di caffè. Il caffè è, infatti, una miscela di molte altre sostanze tra cui il potassio ed il magnesio che hanno effetti positivi sul sistema cardiovascolare”. Incide anche il metodo di preparazione che può influire sugli effetti dello stesso: il caffè espresso influenza la pressione arteriosa meno di quello “bollito” (per intenderci alla Turca). Una possibile influenza sul rialzo pressorio è valutabile anche su altre abitudini voluttuarie (fumo e alcool) che modulano sia le caratteristiche farmacocinetiche della caffeina ma anche e, negativamente, il rischio cardiovascolare globale sia dei soggetti normotesi che dei pazienti già ipertesi”.
Fausta Natella aveva infine aggiunto che un consumo moderato sembra associato a un rischio cardiovascolare minore rispetto ad un consumo nullo o particolarmente elevato. Numerosi studi sperimentali sul caffè hanno messo in evidenza l’ingente contenuto in composti fenolici biodisponibili, la cui elevata attività antiossidante è in grado di inibire l’ossidazione delle LDL (Lipoproteine a bassa densità definite Colesterolo cattivo) e l’aggregazione piastrinica (entrambi fattori determinanti nell’insorgenza della cardiopatia ischemica)”.
A tutti gli iscritti al workshop del 18 novembre che hanno diritto ai crediti ECM, è stata consegnata una documentazione completa delle tematiche affrontate.
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